L’arte della ribellione e il fuoco dell'apprendere: Gianrico Carofiglio incontra gli studenti del Piana
Di fronte a una platea attenta di studenti dell’Istituto Ivan Piana e delle scuole loveresi, lo scrittore Gianrico Carofiglio ha dato vita a un dialogo serrato e profondo, partendo dalle pagine del suo ultimo saggio dedicato ai ragazzi, ma rivolto idealmente a tutti. L’incontro non è stato solo una presentazione letteraria, ma un invito collettivo alla passione civile e alla riscoperta della propria voce in un mondo che spesso ci vorrebbe silenziosi o invisibili.
Oltre gli stereotipi: la "rivoluzione" di essere giovani
L'autore ha esordito spiegando come la spinta a scrivere questo libro sia nata da un senso di "fastidio" verso il racconto falsificante che molti adulti fanno dei giovani, descrivendoli come apatici o disinteressati alla politica. Citando Salvador Allende, Carofiglio ha ricordato che «essere giovani e non essere rivoluzionari è un controsenso persino biologico».
Per lo scrittore, la rivoluzione non è un atto violento, ma una prospettiva allegra di cambiamento. Cambiare il mondo è ciò che ci tiene vivi: «Si diventa vecchi quando si smette di aver voglia di cambiare il mondo», ha affermato, sottolineando come questa spinta debba appartenere a chi abiterà la "casa virtuale" del futuro più a lungo.
La scuola: non "riempire secchi", ma "accendere fuochi"
Uno dei temi centrali è stato il ruolo dell'istruzione. Sollecitato dalle domande degli studenti sulla rigidità dei programmi scolastici, Carofiglio ha chiarito che l'istruzione non deve essere un accumulo di materiali inerti. Citando Plutarco (e ripreso da altri autori), ha ribadito che istruire significa «accendere i fuochi della curiosità, del desiderio di cambiare e della creatività».
Le nozioni sono fondamentali, ma il vero viaggio di scoperta — come suggeriva Marcel Proust — non consiste nel cercare nuove terre, ma nell'avere "occhi nuovi" per guardare diversamente ciò che già conosciamo.
Il coraggio di cadere e la lotta contro l'invisibilità
Carofiglio si è messo a nudo raccontando la propria adolescenza, ammettendo di essersi sentito spesso "invisibile" e "sfigato" tra i 14 e i 16 anni. Ha spiegato che per uscire dall'invisibilità è necessario esercitare lo sguardo, imparando a vedere e riconoscere gli altri per poter essere visti a propria volta.
Un passaggio fondamentale è stato dedicato alla "cultura dell'errore". Lo scrittore ha paragonato la vita alle arti marziali, dove la prima cosa che si impara è cadere senza farsi male. Accettare il fallimento non come una catastrofe, ma come una "manovra di avvicinamento alla comprensione", è l'unico modo per crescere davvero. Il rischio più grande per i giovani oggi è la "droga della gratificazione" (sentirsi sempre dire "bravo/a"), che inibisce la capacità di rischiare e di esplorare territori sconosciuti.
Verso la ricerca della felicità
L'incontro si è concluso con una riflessione sulla democrazia e sulla felicità. Nonostante le imperfezioni dei sistemi democratici, Carofiglio ha esortato i ragazzi ad avere fiducia negli "anticorpi" della democrazia e nel coraggio di battersi per essa.
Il messaggio finale lasciato agli studenti del Piana è un invito a non rinunciare mai alla ricerca della felicità, intesa non come banale divertimento, ma come ricerca di un senso per la propria esistenza e di uno scopo che ci faccia stare bene con noi stessi e con gli altri. «Imparare è l'unico antidoto alla tristezza», ha concluso citando Mago Merlino, un privilegio che permette di non invecchiare mai veramente






